Slow Food è senza dubbio un attore importante anche per quanto riguarda la birra artigianale italiana. L’associazione nata da un’intuizione di Carlin Petrini, divenuta con gli anni un punto di riferimento per il panorama enogastronomico internazionale, è anche un editore che da tempo ha in catalogo la guida principale dedicata al mondo della birra.
La ben nota “Guida alle birre d’Italia” che ha cadenza biennale – l’ultima è uscita sul finire del 2024 ed è indicata come “2025” – e che è curata da Luca Giaccone ed Eugenio Signoroni.
Per questo motivo non potevamo che approfittare della presenza a Materia – lo spazio che ospita anche la redazione di VareseNews – di Barbara Nappini, la presidente di Slow Food Italia, per una breve intervista.
Slow Food è l’editore di una delle principali pubblicazioni sulla birra artigianale in Italia. Come prosegue il vostro rapporto con la nostra bevanda di riferimento?
«Il fulcro, la cosa che ci riguarda più da vicino, è proprio l’artigianalità. Slow Food è attenta alla modalità di approccio alla produzione equa del cibo e questo emerge anche nelle nostre guide. Vale per quella sul vino, per quella sulle osterie, in altri progetti e naturalmente anche in quella sulle birre. L’artigianalità presuppone il fatto di avere un “pensiero artigianale” che per sua natura è complesso. Quindi tutti questi settori che si focalizzano su una filiera, promuovono per noi qualcosa di più ampio. Una visione complessa della realtà, del sistema alimentare che è il fulcro da cui partiamo per affrontare tutta la realtà che ci circonda».
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Qual è l’aspetto che le piace di più, parlando di birra artigianale?
«Io, devo dire la verità, non ho l’abitudine di bere molta birra, ma forse proprio per questo quando partecipo a qualche evento, mi piace incontrare i produttori e degustare le loro birre facendomele raccontare. E se mi dicono: “Questa è un po’ complessa” sono ancora più contenta di scoprire quali sono le idee, le espressioni che sono alla base di quel prodotto».
Ci leghiamo, quindi, in qualche modo a uno degli argomenti più interessanti che riguardano anche la birra artigianale: quello dell’organizzazione di un turismo dedicato che porti le persone sui luoghi di produzione, per farsi raccontare le birre da chi le realizza. Slow Food come si pone con questa situazione?
«Noi abbiamo cominciato da qualche anno a lavorare su un progetto che si chiama Slow Food Travel che per scelta non usa il termine tourism. Il concetto del turismo ha molto a che fare col consumismo, per sua natura prevede che qualcuno vada a scoprire dei luoghi o delle produzioni a detrimento di chi le abita. Ecco, il nostro concetto invece è quello legato all’esperienza, alla scoperta e al viaggio, che è un atteggiamento molto più umile, di nuovo molto complesso, che porta qualcosa nei luoghi e alle persone che quel luogo li abitano. E questo per noi è molto importante. All’interno di Slow Food Travel, che per noi deve essere a tutela della biodiversità, mettiamo a sistema tutti i nostri progetti e le nostre reti: quindi ci sono presidi, produttori dell’arca del gusto, produttori di birra artigianale, cantine vitivinicole… Ci sono tutte le nostre espressioni progettuali nell’ambito del sistema alimentare e quello crediamo che sia un progetto che vale la pena di portare avanti».
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