C’è un filo sottile, fatto di pollini, cereali e luppolo, che lega la moderna produzione di birra artigianale alle radici più profonde del nostro territorio. Un filo che ci riporta a Pombia, provincia di Novara, ma che ci trasporta indietro di circa 2.500 anni nel sesto secolo avanti Cristo, nel cuore della cosiddetta “cultura di Golasecca“. L’epoca a cui viene fatta risalire una tomba celtica, scoperta durante uno scavo archeologico del 1995, nella quale venne trovato un vasetto contenente pochi grammi di una polverina rossastra.
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Le successive indagini hanno svelato un segreto millenario: all’interno c’erano infatti presenti cellule di lievito saccharomyces, cereali ma anche di luppolo. Insomma, gli ingredienti che compongono la birra. Ingredienti su cui sono state fatte ulteriori valutazioni e che hanno permesso – insieme a una ricerca storica approfondita – a Giancarlo Longhi di ricreare la “birra di Pombia”. Longhi, che è il fondatore e il birraio di Hoppy (ma con il marchio Beer Lab si occupa anche di distillati) a Legnano ha quindi prodotto la “Virtis” in collaborazione con la Pro Loco del paese in provincia di Novara e l’ha presentata in diretta su Radio Materia/VareseNews, all’interno del programma “Chi l’avrebbe mai detto” (nel box qui sopra potete riascoltare la puntata).
«Quando ho potuto leggere i risultati delle analisi sulla polverina ritrovata a Pombia, e di conseguenza capire le componenti e gli “ingredienti” sono rimasto estremamente stupito perché era a tutti gli effetti la ricetta di una birra moderna, sebbene poi abbia fatto qualche accorgimento al momento di metterla in produzione». La grande novità è la presenza del luppolo, pianta che ha caratteristiche di amaricante ma anche di antibatterico naturale che però nell’antichità non era utilizzato per la birrificazione (si usava il cosiddetto gruyt, un insieme di erbe e spezie differente a seconda dei territori). Secondo le ricerche effettuate sulla birra di Pombia, quest’ultima è la più antica d’Europa in cui è stato usato il luppolo.

«Le tecniche di birrificazione – spiega Longhi – a mio giudizio, già in quei secoli erano di livello elevato: sapevano che il luppolo avrebbe dato quegli effetti di attenuazione della dolcezza del malto e di antibatterico. Accanto al luppolo, è stata utilizzata anche l’artemisia mentre per quanto riguarda i cereali abbiamo riscontrato la presenza di orzo, avena e segale. Ai tempi la maltazione veniva fatta a legna: per ricordare quel processo la Virtis è leggermente affumicata».
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Durante la puntata (disponibile come videpodcast su Spotify) abbiamo stappato e degustato insieme una delle prime bottiglie disponibili. La Virtis è di colore tra il giallo scuro e l’arancio chiaro con riflessi bruni, con una schiuma vivace ma non molto persistente (però l’abbiamo degustata ancora molto giovane e quasi a temperatura ambiente); al naso emergono note affumicate e torbate che ricordano quasi un whisky, seguite da sentori di crosta di pane e cereale. In bocca è una birra dal corpo esile ma non inconsistente, dove la dolcezza del malto è tagliata da un finale amaricante ed erbaceo dato dal mix di luppolo e artemisia. La gradazione è contenuta e si attesta intorno al 5%.
La presentazione ufficiale di Virtis – il cui nome deriva da un termine antico per definire il luppolo – avverrà il prossimo 9 maggio a Pombia in un evento organizzato insieme alla Pro Loco della cittadina novarese: sarà l’occasione per assaggiare la prima ricostruzione fedele di questa birra, basata su rigidi supporti scientifici e archeobotanici. Hoppy distribuirà quindi la birra sia in bottiglie da 33 e 75 cl, sia in fusto. Chi vuole immergersi totalmente nella storia può invece visitare il Museo di Oleggio, dove è conservato l’originale vasetto celtico che ha dato il via a questa incredibile avventura.
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